Programma

Ordine dei Giornalisti: un’analisi approfondita

La domanda è chiara: cosa vogliamo farne di questo Ordine dei Giornalisti?

Vogliamo trasformarlo in un organismo paritetico con la partecipazione delle aziende, come in Francia, Germania, Gran Bretagna? Spezzettarlo in una serie di supersindacati, le organizzazioni professionali del diritto europeo, creando inutili doppioni? 

Si tratta di “res publica”

Si perderebbe la vera anima dell’Ordine dei Giornalisti, che, senza essere una gilda, una corporazione – a nessuno viene impedito di fare il giornalista – è un ente di diritto pubblico: fa parte della res publica. Si occupa della libertà responsabile dei giornalisti e quindi del diritto dei cittadini a un’informazione corretta: un diritto fondamentale degli uomini e delle donne, centrale in ogni liberaldemocrazia e in ogni sistema economico. Chi se ne occuperà, dopo, in un’epoca dominata dalle fake news, dalla infodemia, dall’information warfare, l’uso strategico, anche militare delle informazioni?

L’obiezione è immediata: chi se ne occupa adesso? Ecco il problema: non si può gestire l’Ordine dei Giornalisti in modo burocratico, o in modo solo efficiente. Occorre cambiarlo, tornando alle sue radici, agendo sulle sue radici. 

Questo vogliamo fare. Il programma è su questo sito ma quel che conta è l’approccio di questa lista che – in sintonia con il gruppo ContrOrdine guidato da Carlo Bartoli – vuole portare una cultura nuova in un’istituzione antica, renderla attiva, capace davvero di fare la differenza

Troppe figure restano “invisibili”

Le funzioni classiche dell’Ordine – il riconoscimento di chi svolge la professione, la certificazione delle sue competenze, la vigilanza etica – devono allora essere ripensate.

Troppe figure professionali restano invisibili all’Ordine, in un mercato in cui lavorare gratis e senza prospettive è una triste realtà, mentre la tecnologia travolge ruoli, modelli di business, vecchie modalità di lavoro. In questo mondo prospera anche chi non fa giornalismo ma diffonde informazioni false, corrosive. La minaccia mafiosa o politica, il ricatto economico che pesa sui giornalisti alimentano, questo lento disfacimento della corretta informazione. L’Ordine non può restare a guardare.

Competenze e deontologia in un nuovo Ordine dei Giornalisti

Il riconoscimento dello status di giornalista, migliorabile, diventa allora un elemento centrale ma solo se si accompagna alla certificazione delle competenze nell’analisi degli eventi. La formazione (e lo stesso esame di Stato) offerta dall’Ordine dei Giornalisti lascia molto a desiderare. All’attuale, triste burocratizzazione del sapere occorre sostituire un approccio nuovo, ispirato alle migliori esperienze internazionali, per dare ai giornalisti che lo desiderino, oltre ai crediti, competenze e specializzazioni. Con grande attenzione alla deontologia: qui l’offerta formativa è ancor più deludente, priva di profondità culturale, di rilevanza per le varie forme di giornalismo, di concretezza. 

La valutazione deontologica dei giornalisti diventa sempre più importante, soprattutto se il principio ispiratore resta quello, stoico, del diritto mite. Il principio della libertà d’espressione, magnificata dal social network, impedisce in un sistema liberaldemocratico che gli Stati possano intervenire pesantemente nella regolamentazione dei contenuti, sia pure in nome della lotta alle fake news; e non è appropriato che lo facciano i privati. Tocca ai giornalisti ricostruire la fiducia del pubblico verso i giornalisti.

Una squadra da sostenere: quella di Rinnoviamo l’Ordine

Il diritto mite della deontologia, affidato all’autonomia dei giornalisti, non può che essere animato dell’etica della discussione, antica quanto le domande di Socrate: etica kantiana – nessun individuo è un mezzo per ottenere un risultato – orientata anche a garantire la discussione pubblica, a prendersi cura di quel mondo vitale che la rende possibile.

Un lavoro immenso?

Sì, un lavoro da non fare da soli: per questo motivo occorre votare tutta la squadra di Rinnoviamo l’ordine. Poi varrà la preziosa massima di Max Weber: non si raggiungerebbe mai il possibile se non si tentasse, continuamente, l’impossibile. O meglio, quello che semplicemente sembra impossibile.