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Articolo 21: giornalisti in piazza a Roma

«Un presidio per l’articolo 21 della Costituzione».

Con queste parole Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha aperto questa mattina la manifestazione dei giornalisti italiani a Roma, davanti a Montecitorio. Un presidio per la libertà d’informazione, libertà che passa anche – e soprattutto – attraverso il lavoro giornalistico. Quello professionale e non improvvisato, quello con la schiena dritta, per intenderci. 

Un lavoro massacrato

Lavoro che oggi, in Italia vale poco, o quasi nulla. I giornalisti, visti in questo paese come una delle tante e perniciose caste, sono invece una categoria di lavoratori decimata dalla crisi economica e tecnologica, ma anche da un’epurazione scientifica dalle redazioni operata da editori che non hanno saputo affrontare la crisi economica e la rivoluzione digitale, preferendo dismissioni a investimenti, sacchi di sabbia alle finestre a riconversioni digitali, insomma, la strada più veloce: cancellare posti di lavoro tutelato e creare quelli che vengono definiti da più parti i “rider dell’informazione”, colleghi senza contratti, pagati pochi euro, disposti a tutto. 

Articolo 21: un richiamo a Draghi e Mattarella

«Siamo al 41esimo posto per la libertà d’informazione», ha proseguito Giulietti, «Chiediamo a Draghi di convocarci e di predisporre nella sua agenda lo spazio, ora bianco, dedicato al tema della libertà d’informazione. Non c’è una sola giustificazione per non votare l’equo compenso, i diritti degli ultimi, la tutela dei cronisti minacciati, la riforma della Rai, nascosta in un cassetto. Ci sono provvedimenti a costo zero fermi da vent’anni». 

Ed eccoci arrivati al punto: il presidente del sindacato chiede a gran voce al presidente del Consiglio che il Governo si decida ad affrontare tutti quei temi che lui riassume come “lodo Mattarella”: «Il presidente della Repubblica per ben 15 volte ha chiesto alla politica di affrontare i temi relativi all’art. 21 della Costituzione». 

Un problema che riguarda tutti

«Indebolire l’informazione significa indebolire l’opinione pubblica di questo Paese», ha rincarato Raffaele Lorusso, segretario della FNSI. Per questo va affrontato il nodo principale, che è quello del mercato del lavoro: «Precarizzare il lavoro del giornalista non significa solo mettere a repentaglio la stabilità dei colleghi e del loro istituto di previdenza (Inpgi), che non può stare in piedi se non c’è, appunto, il lavoro, ma indebolire l’opinione pubblica di questo Paese, impedire ai cittadini di conoscere, quindi di partecipare». Anche il giornalismo italiano ha i suoi “rider”, ricorda il segretario, che si chiamano co.co.co.: «Fanno il lavoro dei contrattualizzati, senza vedersi riconosciuti alcun diritto e tutela, ma pagati un decimo». 

Le redazioni sono svuotate dai colleghi che costano di più usando i prepensionamenti, soldi, ha fatto osservare sempre il segretario, che appartengono ai cittadini: «Se quelle stesse risorse fossero utilizzate per creare occupazione e dare stabilità al mercato del lavoro noi, qui, oggi, non ci saremmo». 

Il drammatico ricatto che attanaglia l’Inpgi

Prende la parola Marina Macelloni, presidente dell’Inpgi: «Il Ministero del Lavoro in una stanza ci chiede di tagliare le prestazioni, le pensioni presenti e future dei giornalisti, e nell’altra si appresta a firmare gli stati di crisi per gli editori, che finiranno per aggravare ulteriormente i costi dell’Istituto. Si chiede all’Inpgi di tagliare le pensioni dei propri iscritti per finanziare gli stati di crisi degli editori». Crisi, osserva Macelloni, che nessuno fa finta di non vedere: «Negli ultimi dieci anni abbiamo pagato 500 milioni di euro di ammortizzatori sociali, soldi che lo stato ha risparmiato e che sono serviti a tenere il sistema in stabilità, a tutelare tutti i colleghi e le colleghe». 

Anche lei, dal suo osservatorio ribadisce che non si può pensare di risolvere il problema usando un solo, unico strumento, il taglio del costo del lavoro, facendo così pagare il costo della crisi ai giornalisti due volte: «Perché perdono il posto di lavoro e perché avranno una pensione tagliata, come se fossimo noi i responsabili di questa crisi. Noi giornalisti siamo le vittime, bisogna che questa consapevolezza sia condivisa». I sacrifici ulteriori ci saranno ma dovranno essere «sacrifici utili, accompagnati da un percorso che porti all’istituto nuovi ricavi, risorse e contributi, altrimenti sono solo lo scalpo di una categoria che si vuole piegare». 

Anche dall’Inpgi arriva con forza la richiesta ad aprire un confronto con il Governo e il presidente Draghi, «una cabina di regia a Palazzo Chigi dove si affronti la crisi nel suo insieme, dove non si parli solo di tagli ma anche di crescita, di sviluppo, di investimenti, di lavoro. Solo tagli, significa meno democrazia per tutti», ha concluso Marina Macelloni. 

Chi sono i rider dell’informazione?

Vittorio Di Trapani, segretario dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, ha ricordato il decimo anniversario della scomparsa di Roberto Morrione, primo direttore (e fondatore) di Rai News24, «un direttore che difficilmente lo vedevi in onda, sempre dietro le quinte a organizzare e sostenere la sua squadra. Andò in onda una sola volta, per difendere i suoi precari e lo fece con coraggio». 

Paolo Perucchini, presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti ha chiesto che il Governo «prenda coraggio» e inserisca nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza un piano per salvare l’informazione, «perché la nostra precarietà farà la disinformazione di tutti», mentre Mattia Motta, presidente della Clan (Commissione nazionale Lavoro Autonomo della FNSI), si domanda come mai noi giornalisti «non riusciamo mai a raccontare sui giornali le nostre storie di precari». «Raccontiamo, invece, chi sono i “rider dell’informazione”, scopriremo delle storie incredibili che non hanno spazio sulla carta stampata. Raccontiamo l’informazione, gli ultimi della fila. Così riusciremo ad avere più credibilità e manderemo un messaggio al Governo di quanto sia indispensabile un equo compenso e di come sia così ingiusto che tutte le professioni abbiano la liquidazione giudiziale dei compensi, tranne quella dei giornalisti». 

No dignità, no informazione

Guido Besana, vicesegretario FNSI, narrando le aberrazioni ai tavoli sindacali di editori, curatori fallimentari e fantasiosi amministratori delegati, ha ribadito con determinazione che «non c’è informazione se non c’è lavoro, non c’è informazione se non c’è dignità, non c’è informazione se non ci sono diritti, e l’informazione è un diritto dei cittadini». 

Iniziano a uscire dal Parlamento alcuni onorevoli, come Stefano Fassina, Caterina Bini, Sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, Giuseppe Moles, sottosegretario con delega all’Editoria. Concordano che è tempo di svoltare, che la politica deve intervenire, spingendosi in promesse, appoggi e lavoro comune. La categoria ne avrebbe proprio bisogno. Basterebbe solo la volontà di cambiare. Per il bene dei giornalisti, certo, ma anche per quello della nostra democrazia.